Telecomunicazioni Europa Cina, lo stop ai fornitori costa 40 miliardi

Stop ai fornitori cinesi nelle telecomunicazioni europee: il Cybersecurity Act vale 40 miliardi. Ecco restrizioni e Paesi coinvolti.

Telecomunicazioni Europa Cina, lo stop a
Marcello Tansini 
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Lo stop ai fornitori cinesi nelle telecomunicazioni europee, previsto dal Cybersecurity Act, potrebbe costare 40 miliardi. Restrizioni già adottate da alcuni Paesi alimentano il confronto.

Diciassette amministratori delegati delle telecomunicazioni europee hanno chiesto alla Commissione di correggere il Cybersecurity Act, avvertendo che la sostituzione degli apparati dei fornitori considerati ad alto rischio può arrivare a 40 miliardi di euro. La stima compare nella lettera aperta diffusa da Connect Europe nel 2026 e riguarda soprattutto Huawei e ZTE, anche se il testo europeo non cita direttamente né aziende né Paesi.

La cifra non riflette soltanto la contrapposizione commerciale tra Europa e Cina. Nel calcolo rientrano la rimozione degli apparati già installati, l’acquisto di tecnologie alternative, la riconfigurazione delle reti e il rinvio di investimenti destinati alla fibra, al 5G, al cloud e, in prospettiva, al 6G.

Cybersecurity Act, cosa prevede lo stop

Nel 2026 la Commissione europea ha proposto di rivedere il Cybersecurity Act. L’obiettivo è rendere obbligatoria la riduzione della dipendenza da fornitori ICT di Paesi terzi classificati come ad alto rischio.

Per le reti mobili, la proposta stabilisce che gli operatori rimuovano determinati componenti critici entro tre anni dalla designazione del fornitore. Il termine decorrerebbe quindi dal momento in cui l’azienda viene formalmente inserita tra quelle soggette alle nuove misure.

Il meccanismo riprende le indicazioni del 5G Cybersecurity Toolbox, adottato nel 2020 e rafforzato dalla Commissione nel 2023. In quella valutazione Huawei e ZTE sono state considerate fornitrici con rischi significativamente superiori rispetto ad altri produttori. La revisione del regolamento trasformerebbe così raccomandazioni recepite in modo diverso dai singoli Stati membri in obblighi comuni.

Il tema più costoso non riguarda dunque soltanto il blocco dei nuovi contratti. A pesare sarebbe soprattutto la rimozione di apparecchiature funzionanti dalle reti 4G e 5G, oltre che dalle infrastrutture di accesso e di trasporto.

Il testo europeo parla di componenti ICT critici e di fornitori designati ad alto rischio. L’estensione concreta delle misure dipenderà dagli atti applicativi e dalle successive valutazioni sul piano della sicurezza e del mercato.

Secondo la Commissione, la misura servirebbe a ridurre il rischio di interferenze straniere, dipendenze strategiche e interruzioni nelle catene di approvvigionamento. La valutazione d’impatto del 2026 aggiunge un dato: undici Stati membri hanno una quota superiore al 40% di fornitori ad alto rischio nelle reti radio 5G. Nello stesso anno, il 41% degli abbonati mobili europei risultava potenzialmente servito da reti di questo tipo.

Da dove arrivano i 40 miliardi

La stima è stata elaborata da GSMA Intelligence, il centro di analisi dell’associazione mondiale degli operatori mobili. Lo studio, pubblicato nel 2026, si basa sulle informazioni fornite da gruppi telecom europei e indica un costo diretto di sostituzione fino a 40 miliardi di euro.

L’orizzonte temporale è collegato all’attuazione delle misure e agli investimenti previsti tra il 2027 e il 2030. Non si tratta, però, di una previsione ufficiale dell’Unione europea.

La Commissione ha stimato un impatto più contenuto, nell’ordine di 10-13 miliardi di euro nel 2026. L’analisi dell’industria considera invece una platea più ampia di apparati e include anche costi operativi. GSMA Intelligence calcola poi circa 8,5 miliardi di euro di costi aggiuntivi tra il 2027 e il 2030. A determinarli sarebbero la minore concorrenza tra produttori e la necessità di anticipare gli acquisti sostitutivi.

VoceImpatto indicato
Sostituzione degli apparatiFino a 40 miliardi di euro, secondo la stima GSMA Intelligence del 2026
Costi aggiuntivi 2027-2030Circa 8,5 miliardi di euro
Valutazione della CommissioneCirca 10-13 miliardi di euro nel 2026

Lo studio non assegna una quota precisa a ciascuna voce. Nel totale rientrano gli apparati da smontare, i nuovi contratti con Ericsson, Nokia o altri fornitori, le attività di installazione e collaudo, gli aggiornamenti software e i possibili disservizi.

È questo il punto evidenziato nella lettera dei manager: le risorse destinate alla sostituzione verrebbero sottratte alla modernizzazione delle reti e il passaggio potrebbe rallentare lo sviluppo del 5G.

Quali Paesi hanno già previsto restrizioni

Le discipline nazionali non seguono un modello unico. Germania, Francia, Svezia, Estonia e Romania hanno introdotto divieti oppure percorsi di esclusione per Huawei e ZTE. Il Portogallo ha scelto una cornice rivolta ai fornitori provenienti da Paesi considerati ad alto rischio.

Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Portogallo, Romania e Svezia hanno inoltre previsto, con modalità differenti, tempi per la rimozione degli apparati. Le scadenze e gli strumenti utilizzati non sono quindi identici.

Italia, Spagna, Paesi Bassi, Finlandia, Grecia, Irlanda, Polonia, Slovenia e altri Stati hanno seguito una strada diversa, combinando valutazioni di sicurezza, autorizzazioni preventive e limitazioni applicate a parti specifiche delle reti.

In Spagna, nel 2025, la Commissione ha segnalato il rischio di dipendenza da Huawei in un’infrastruttura sensibile. In Italia, invece, il governo può sottoporre gli accordi tecnologici a poteri di controllo.

Per gli operatori, l’effetto iniziale sarebbe una compressione dei margini e dei fondi disponibili per i nuovi investimenti. Le tariffe applicate ai clienti potrebbero aumentare soltanto in parte e la proposta non prevede un meccanismo automatico di rimborso europeo.

Il costo ricadrebbe quindi anzitutto sulle aziende. In seguito, una parte dell’onere potrebbe essere trasferita ai consumatori oppure accompagnata da richieste di sostegno pubblico.

La controparte europea considera però la spesa un investimento in resilienza, autonomia tecnologica e sicurezza delle infrastrutture. Il confronto dovrà rendere visibile il prezzo della scelta: reti meno esposte ai fornitori ad alto rischio possono richiedere costi immediati e tempi più lunghi, oltre a una fase caratterizzata da una concorrenza più ridotta.

Resta aperta la questione politica principale: stabilire quanto del conto debba essere sostenuto dagli operatori, quanto dagli Stati e quanto, eventualmente, dagli utenti.