iPad 3, la Cina vuole bloccare la commercializzazione e ci può riuscire

Guerra aperta in Cina fra Apple e la Proview Technology. Quest’ultima si ritiene proprietaria del marchio iPad. Quali sono gli scenari possibili?

Chiesto il blocco delle vendite dell'iPad in Cina
 

È a causa di una presunta violazione delle norme sul copyright che la Proview Technology, società del distretto di Shenzen, in Cina, ha invocato il blocco delle importazioni e delle esportazioni dell’iPad. Più precisamente l’azienda asiatica si dichiara proprietaria del marchio registrato nel 2001. La vicenda è finita nelle aule di tribunale. La Corte distrettuale di Shangai inizierà a discutere il caso entro la fine di febbraio. La Proview ha chiesto 1,6 miliardi di dollari a titolo di risarcimento danni e le scuse formali da parte dei dirigenti dell’azienda di Cupertino. Il presidente Yang Rongshan ha parlato apertamente di “comportamento scorretto”.

Il quotidiano in lingua cinese Hebei Youth Daily riferisce addirittura di 45 modelli di tablet già sequestrati da parte degli ufficiali dell’Amministrazione dell’Industria e del Commercio della città di Shijiazhuang su ordine dell’autorità giudiziaria che sta seguendo la vicenda della Proview Technology. Da Cupertino non sono arrivati commenti né in riferimento a questo episodio che né all’azione legale.

Quali sono gli scenari possibili? Gli analisti immaginano due soluzioni. La prima è il raggiungimento di un accordo tra le due società. Non si tratta, però, di un approdo scontato anche perché per il colosso della mela morsicata significherebbe riconoscere in maniera pubblica il proprio errore. La seconda, considerata più probabile, è il blocco delle vendite del tablet sia in Cina che in Taiwan fino alla sentenza definitiva dei giudici. Ma Apple accetterà di rinunciare a essere presente in questo fruttuoso mercato?

I guai per Apple in terra cinese non terminano qui. Nel mirino della critica internazionale è finita anche Foxconn, uno dei produttori di componenti elettrici ed elettronici per i dispositivi dell’azienda di Cupertino. L’accusa principale ruota attorno alle condizioni a cui l'azienda sottoporrebbe i lavoratori, considerate a limite dello sfruttamento. E poco, agli occhi dei detrattori, sarebbe servito il codice etico messo nero su bianco dalla società di Cupertino secondo cui non sarebbe consentito affidarsi a fornitori “disumani”. Sulla vicenda allargata anche ad altre realtà simili, due giovani registi italiani hanno girato il documentario Dreamwork China.