Web Tax europea fino al 5%, il confronto con quella italiana

Nel mirino finiscono allora i vari Google, Facebook, Twitter e Instagram, ma anche Amazon, Airbnb e Uber, solo per citare i player più noti.

Web Tax europea fino al 5%
 

Inizia a prendere forma la web tax europea e c'è già una data da segnare sul calendario: è quella del 21 marzo, quando il dossier finirà sul tavolo della commissione europea. I contenuti della bozza indicano una strada ben precisa: tassare i colossi del web tra l'1% e il 5%. Proprio il tema fiscale e del rapporto con gli stati membri continua a essere estremamente delicata e non a caso la partita si sta prolungando da tempo. In ogni caso sembra che contro le grande multinazionali della Rete e hi-tech il fronte sia compatto e l'idea di mettere in pista una tassazione efficace non trova opposizioni esplicite. Di conseguenza, la rotta è stata formalmente tracciata.

Web tax europea: l'ipotesi prevalente

Ma se i dettagli fanno la differenza, ecco la proposta di web tax che sta ottenendo maggiori consensi ne prevede l'applicazione solo alle aziende con fatturato mondale superiore ai 750 milioni di euro e fatturato digitale comunitario di almeno 10 milioni di euro all'anno. Si tratta di paletti ben precisi, rispetto ai quali il cantiere è aperto e l'Europa ha chiesto al G20 di accelerare in vista della riunione dei ministri delle Finanze in programma il 19 e 20 marzo a Buenos Aires. L'idea di fondo è evidente: far pagare le tasse dove si generano i fatturati, senza tenere conto che i sistemi di pagamento sono localizzati in altri paesi. Nel mirino finiscono allora i vari Google, Facebook, Twitter e Instagram, ma anche Amazon, Airbnb e Uber, solo per citare i player più noti.

La web tax italiana entra invece in vigore il primo gennaio 2019 ed è stata messa a punto con l'ultima legge di bilancio. Si tratta di una imposta sulle transazioni digitali pari al 3% da applicare alle prestazioni di servizi effettuati con mezzi elettronici. Tanto per avere un confronto, sono tre le ipotesi su cui le parti hanno lavorato. La prima ipotesi è quella di una tassa piatta parametrata in base al volume d'affari realizzato dalle multinazionali della Rete nei vari Paesi europei. Due i pilastri su cui si basa questo scenario: elaborazione di una base imponibile comune per individuare anche il reddito tassabile nelle transazioni tra i vari Paesi europei e la modifica del concetto di residenza, considerando l'azienda residente nel Paese in cui acquisisce i dati personali che sfrutta in chiave commerciale.

In seconda battuta, i vari Google, Facebook, Apple e Amazon potrebbero essere soggetti a un prelievo sui clienti nel singolo Paese dell'Unione europea. L'ipotesi è di tassare le società sulla base dei loro clienti o dei singoli contratti nel singolo Paese europeo. In pratica, si tratta di modificare il concetto di presenza permanente che non sarebbe più fisica come nel passato, ma virtuale. Sarebbe pesata la presenza digitale di una impresa attraverso, ad esempio, il numero di clienti residenti in un dato Paese che su Internet acquistano libri, ascoltano musica, guardano film o utilizzano siti.

Ecco poi l'imposta del 6 per cento sulla vendita dell'impresa non residente. Il meccanismo prevede appunto l'applicazione di una quota fissa su ogni vendita online effettuata da soggetti non residenti. Il prelievo di perequazione va detratto dagli importi versati a una impresa non residente per i servizi specificati dalla legge ovvero annunci online, qualsiasi fornitura di spazi pubblicitari digitali o qualsiasi altra struttura o servizio offerto per la pubblicità online.