Marcello Tansini
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E-commerce mondiale a gonfie vele. Ma in Italia?

Leggevo su Repubblica.it il report entusiastico sulle vendite natalizie online pubblicato da Goldman Sachs, Harris Interactive e Nielsen//NetRatings.

Secondo l'eSpending Report, a dicembre sono stati spesi 18,5 miliardi di dollari sui siti di commercio elettronico, con un incremento del 35% rispetto a Natale dello scorso anno.

E' il terzo anno consecutivo che l' e-commerce cresce a due cifre, in una congiuntura economica tutt'altro che rosea.

Il settore trainante sembra essere quello dell'abbigliamento con 3,7 miliardi di dollari. Seguono giochi e videogame (2,1 miliardi), elettronica di consumo (2 miliardi), hardware e periferiche (1,6 miliardi), video e dvd (1,6 miliardi) con una crescita del 46 per cento. 

E in Italia?

In Italia si confermano più o meno le stesse categorie merceologiche (con in aggiunta accessori, attrezzi e abbigliamento dedicati al fitness e allo sport) e una tendenziale crescita degli acquisti, con un interessante aumento del 20% del pagamento con carta di credito.

Ma, per parlare chiaro come siamo soliti fare, ci sono ancora diversi problemi di diversa natura, che anche questo Natale si sono presentati ineserabilmente.

Prima di tutto vi è un problema sistemico, appartenente alla natura stessa dell' e-commerce italiano, sia da un punto di vista della domanda che dell'offerta.

Dopo la crisi degli ultimi anni, sempre meno sono i siti online che vendono online al grande pubblico.

Non stiamo parlando del sito di una determinata azienda che qualche volta riceve anche ordini online, ma di veri e propri siti che fanno del vendere online la loro unica finalità.

Basta andare su alcuni siti di comparazione prezzi (anche qui, rispetto agli Usa, ma anche solo alla Germania, Francia o Inghilterra sono molti meno e di minor qualità) o navigare all' interno degli shopping online di grandi siti come Virgilio e Tiscali e ci si accorge che sono sempre gli stessi gli operatori che pubblicizzano i loro prodotti.
E tra hardware, elettronica, sport, abbigliamento se ne contano solo una trentina circa, alcuni dei quali grandi aziende (come MediaWorld) che utilizzano la vendita online come uno dei tanti canali disponibili, altri siti di "aziende minori" per lo più targhetizzati su pochi e predefiniti prodotti.

Mancano all'appello sia grandi nomi, marche ben note al grande pubblico, sia tante realtà minori che sono già presenti online, ma che per vari motivi (di organizzazione interna, di logistica, di scarsa conoscenza di Internet) esauriscono la loro presenza online nel loro piccolo sitarello e nell' uso della posta elettronica.

E vero, è già qualcosa anche questo, ma rispetto alle altre nazioni siamo davvero indietro.

Ad onor del vero, quella famosa trentina di siti che fanno e-commerce appaiono ben organizzati e con siti e sistemi di customer care capaci di soddisfare la clientela.

Ecco l'altro problema: la clientela

In Italia non c'è mai stata la cultura dell'acquisto per corrispondenza, che è assolutamente diffusa da decenni., per esempio, negli Stati Uniti.

Già l'utenza internet italiana capace di navigare ad un certo livello non è elevata (e lo dimostrano i successi dei dialer truffaldini), se poi si aggiunge la mancanza di fiducia e l'avere negozi vicini e a portata di mano, la difficoltà di vendere online è presto spiegata.

Ci sono pochi negozi online, dunque, ma anche perché la clientela non è vastissima.

In Italia si è fermi al fenomeno dello e-shopping: navigo su internet, comparo i prezzi e poi compro.

Provate a chiedere a qualche negoziante online, quanti utenti vanno di persona a comperare la merce e a ritirarla; e questo nel migliore dei casi, perchè spesso si confrontano i prezzi e i prodotti e poi si compera nel maxistore della zona.

Proprio quello delle spedizioni è stato un altro dei problemi che in questo Natale molti siti di e-commerce hanno dovuto affrontare con una serie di ripercussioni, ovviamente, anche sugli acquirenti.

Intorno al 15-20 Dicembre le spedizioni sono entrate nel caos più totale, con i più noti spedizionieri in ritardo di alcuni giorni su numerose consegne, anche di prodotti deperibili(come quelli alimentari).

Senza dimenticare gli alti costi che le spedizioni in Italia hanno ancora.

E questa è una delle principali ragioni (insieme a problemi organizzativi) per cui i siti italiani vendono con difficoltà all'estero, mentre dall'estero (vedi soprattutto Germania, Inghilterra e Usa) numerosi siti cercano di vendere in Italia.

Basta fare un giro su Ebay.it e vedere quanti prodotti elettronici sono ultimamente disponibili, venduti da aziende tedesche. E poi quanti siti e-commerce italiani sono tradotti almeno in inglese e hanno i costi di spedizione per l'estero?
Molti siti esteri, invece, sono tradotti non solo in inglese, ma anche in almeno altre due lingue straniere!

Con questo non voglio assolutamente dire che l'e-commerce in Italia non sia crescita o sconsigliare l'apertura di un sito e-commerce, anzi!

Però è giusto dire che rispetto a gran parte dell'Europa e agli Stati Uniti, il nostro e-commerce è ancora poca cosa e che quello a cui stiamo assistendo è sola una "piccola" crescita destinata a diventare molto più consistente nei prossimi anni (come sta accadendo nelle Nazioni sopra citate) se si avrà una reale e maggiore diffusione di Internet e della "cultura di internet" sia tra le aziende che potenzialmente potrebbero vendere i propri prodotti online, sia tra le famiglie importanti e fondamentali potenziali compratori online che ancora scarseggiano.



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Pier Paolo
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