Su gentile concessione di Visionpost.it
Il New York Times , partendo dalla precoce scomparsa di alcuni prolifici commentatori tecnologici colpiti da infarto, ha sollevato la spinosa questione dell'autosfruttamento. Fin dove è pronta a spingersi questa legione di lavoratori della conoscenza superinformatizzati nel desiderio di essere sempre sulla notizia, di scrivere il post prima degli altri, di guadagnare link e visibilità? In realtà è piuttosto difficile e anche un po' ridicolo scambiare alcuni noti professionisti ben pagati, come quelli citati dal quotidiano newyorchese, per il nuovo lumpenproletariat del web. Ma lo spettro dei "laboratori del sudore" (sweatshop) in salsa digitale persiste, e appare più evidente quando si scende di livello, sul terreno del comune utente internet.
E' il caso di Facebook, per esempio, un social network con 70 milioni di affiliati il cui valore, secondo alcune stime, si aggira intorno ai 15 miliardi di dollari: poche settimane fa ha deciso di utilizzare i suoi utenti per tradurre il sito nelle versioni nazionali - giapponese, turco, olandese, italiano ecc. Chi desidera collaborare deve solo scaricare un'applicazione, dopodiché può cimentarsi nella traduzione delle frasi e dei comandi usati nel sito, oppure votare quelle degli altri. Tutto gratis, naturalmente . Sono già centomila quelli che hanno fatto il download del programmino, e in 10mila hanno contribuito alle versioni francese, spagnola e tedesca. «E' bello creare qualcosa che sarà usato da milioni di persone», ha spiegato all' Associated Press un ‘traduttore' turco. Ed è su questa sensazione che fa leva il crowdsourcing (da crowd + outsourcing), ovvero l'utilizzo delle masse collegate alla rete per fare eseguire un lavo
ro (spesso a costo zero) prima svolto internamente da un'azienda o un'istituzione.A Facebook comunque non sono mancate le frecciate: non solo alcuni traduttori professionisti hanno criticato l'esito del lavoro esternalizzato, giudicandolo di bassa qualità; ma molti utenti hanno espressamente parlato di sfruttamento. Nel frattempo, un altro sito sociale, Bebo, veniva venduto dai suoi fondatori, i fratelli Birch, per 850 milioni di dollari ad Aol, di proprietà del conglomerato media Time-Warner. Come ha fatto notare il giornalista Nick Carr , da sempre critico verso il fenomeno del crowdsourcing, in tasca ai frequentatori del sito - molti dei quali sono musicisti alle prime armi che hanno condiviso le loro creazioni su Bebo, arricchendolo di contenuti e richiamando visitatori (e quindi inserzioni pubblicitarie) - non entrerà niente.
«MySpace, Facebook e molte altre aziende hanno capito che possono rilasciare agli utenti i mezzi di produzione mantenendo però la proprietà dei prodotti risultanti». Dal punto di vista del business è la quadratura del cerchio: gli utenti traggono soddisfazione dal fatto di partecipare e di "esprimersi" ; le internet company ci guadagnano; mentre il confine tra hobby e lavoro diventa sempre più sottile. Poi certo, ci sono alcuni casi in cui la metafora del sweatshop digitale è quasi una realtà.
Secondo la società di sicurezza informatica TrendMicro, gli spammer utilizzano delle «fabbriche di craccatori umani», situate in India, dove per pochi dollari al giorno sono assunte persone bisognose di lavoro con il compito di decifrare i codici di sicurezza chiamati "Captcha" (quelle lettere distorte utilizzate nei moduli di registrazione per scremare i software automatici che aprono account fasulli dagli esseri umani). Uno scenario degno delle più cupe fantasie cyberpunk, anche se, interpellata dal manifesto , TrendMicro non ha potuto svelare i luoghi di questi laboratori, perché ancora impegnata ad investigare il fenomeno insieme alle autorità locali.
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