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Hi-tech: Il Web 2.0 esiste davvero? In cosa consiste? O è meglio parlare di Web 3.0?
Articoli di approfondimento su tematiche inerenti al mondo ICT, Internet e webmaster.
 
a cura di Trovabile

Su gentile concessione di Trovabile - Organizzare l'informazione per renderla (ri)trovabile

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Con lo stile originale e fuori dagli schemi che lo condraddistingue, Jeffrey Zeldman offre un ritratto lucido e disincantato del cosiddetto Web 2.0. Ora che anche in Italia il fenomeno del Web 2.0 è esploso in tutta la sua intensità, l’articolo di Zeldman ci sembra utile a chiarire questa nuova fase del Web, illuminandone gli innegabili pregi e ridimensionando al contempo le facili euforie che essa porta con sé.


Traduzione dell’articolo Web 3.0 di Jeffrey Zeldman, pubblicato nel n. 210 di A List Apart. Traduzione di Michele Iovino.

Google, con la collaborazione di prestigiose biblioteche, ha digitalizzato libri per renderli “trovabili”. La pratica in questione esalta i futuristi ma provoca l’ira di qualche editore. Per necessità la digitalizzazione produce copie virtuali. Gli editori sostengono che una tale duplicazione violi il copyright, anche se il contenuto del libro è nascosto al pubblico. La Biblioteca Pubblica di New York, uno dei soci di Google nel progetto, ha tenuto di recente un dibattito pubblico sul tema.

Fu mentre presenziavo a quel dibattito che il mio disagio nei riguardi del sensazionalismo che circonda un genere emergente di sviluppo web si trasformò in odio conclamato.

La grande sala era affollatissima. C’erano più paganti che sedie. Eppure il posto davanti a me restava vuoto. Ogni volta che una persona in piedi si avvicinava speranzosa alla sedia vuota - e questo accadeva ogni pochi nanosecondi - il povero ingenuo seduto accanto era costretto a spiegare con aria spiacente: “Scusi, il posto è occupato”.

Presto divenne chiaro che il premuroso ingenuo stava conservando il posto, non per un amico o un collega, ma per un estraneo che gli aveva imposto quell’obbligo. Mentre quell’uomo gentile difendeva il trono altrui da un flusso costante di spettatori paganti risentiti, lo sconosciuto era di là da qualche parte a ingollarsi lo champagne gratuito della biblioteca. Mi immaginai che genere di somaro avrebbe chiesto a qualcuno che non conosceva di tenergli il posto per trenta minuti a un evento con il tutto esaurito. Quando finalmente arrivò, lo scoprii.

 

Un saggio di stupidità

“Tu c’eri alla conferenza Web 2.0?” domandò l’uomo arrivando, come per ringraziare l’altro per avergli tenuto il posto. Il gentile ingenuo fece segno di no con la testa. Questo era tutto l’incoraggiamento di cui il nostro uomo aveva bisogno per lanciarsi in un monologo ricco di aggettivi e povero di contenuti, ad un volume sufficientemente alto da essere sentito da metà della sala.

Presto risultò evidente che il “Web 2.0″ era non solo più grande dell’Apocalisse, ma anche più remunerativo. Remunerativo, cioè, per investitori come lui. Però la nuova corsa all’oro non doveva essere confusa con la bolla speculativa delle dot-com degli anni ‘90.

Il Web 1.0 non era dirompente. Capisci? Il Web 2.0 è totalmente dirompente. Sai cos’è l’XML? Hai mai sentito parlare della correttezza di forma? Bene, ad ogni modo…

E andò avanti velocemente, come la punta del trapano di un dentista nel Gulag.

All’inizio tollerai il dolore modificando mentalmente la famosa scena di Io e Annie.

LUI: “Tengo un seminario sui venture capitalist, quindi credo che le mie osservazioni sull’XML abbiano un grande valore”.

IO: “Oh, davvero? Perché caso vuole che abbia il signor Bray proprio qui”.

Dopo mi sono mangiato le mani. A un certo punto, in una specie di stato febbrile, potrei aver emesso un rantolo. Grazie a Dio, alla fine le luci si sono abbassate e i veri speaker sono riusciti a salvare la serata.

Ma l’asino, di cui avevo sopportato il ragliare, mi aveva lasciato la bocca amara.

Continua >>>

 

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