Intervista a Andrew Keen: Internet non è il migliore dei mezzi di comunicazione così come non è positiva l'informazione realizzata dalla gente
Se è vero che ogni grande movimento ha bisogno del suo bastian contrario, quello del web 2.0 è Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, «Cult of the Amateur», da ieri nelle librerie americane. Il libro vuole essere un grido d'allarme sui pericoli cui è esposto il sistema di competenze e professionalità dell'industria dei media tradizionali, sempre più assediati dalle «scimmie» (il riferimento è alla metafora delle «scimmie dattilografe») di Wikipedia, YouTube e MySpace. Attraverso un'analisi al tempo stesso corrosiva e bigotta, distopica e faziosa, Keen offre non pochi spunti di riflessione sulle conseguenze di una rivoluzione ormai irreversibile. Si può dissentire su gran parte delle sue affermazioni, ma su un punto l'autore ha ragione: Internet non è la soluzione miracolosa per i problemi della società e della politica; pone nuove sfide, e anche più complesse.
La tesi centrale di «Cult of the Amateur» è che la democratizzazione dei media sta minacciando la nostra cultura. E la colpa è tutta degli strumenti amatoriali del cosiddetto web 2.0. Non pensa che questo approccio sia troppo deterministico? La tecnologia non è mai solo abilitante, il suo sviluppo rispecchia anche bisogni sociali e personali.
Giusta obiezione. Il mio saggio vuole essere una critica a una cultura capitalista sempre più individualista, in cui l'estetica, la conoscenza e la verità si muovono al di là della comunità e verso l'Io. L'assenza di intermediari è il sogno dei libertari sia di sinistra (contro-culturalisti) sia di destra (utopisti del mercato libero) che respingono ogni forma di autorità: dello stato, del testo, dell'autore, dei media. La sola autorità ammessa è l'Io, a sua volta mandata in frantumi dalla cultura dell'anonimato online. In questo senso la mia analisi vuole essere un nuovo capitolo della polemica culturale portata avanti da teorici americani come Neil Postman, Daniel Bell, Alan Bloom e Cristopher Lasch.
Perché un professionista è migliore di
un produttore amatoriale?
Mi spiego con un esempio. Prendiamo i primi minuti
del «Gattopardo» di Visconti: siamo sopraffatti
dalla sua eleganza, dal modo in cui la telecamera ci riporta
nel passato. Poi guardiamo qualche short movie su YouTube,
magari uno sulle bottiglie esplosive di Coca-Cola. O una
donna col cappello da baseball che guarda in camera e fa dei
risolini stupidi. O uno studente che scoreggia in faccia a
qualcuno. O uno striptease volgare. O non guardiamo proprio
niente... Visconti era un artista professionista, sostenuto
dal complesso sistema economico dei media tradizionali.
Quanto si trova su Internet è invece solo non-sense
autoreferenziale, quello che io chiamo «narcisismo
digitale».
Un altro motivo ricorrente del libro è
l'elogio acritico (e, temo, nostalgico) dei media
tradizionali. In diversi passaggi afferma che solo
l'attuale sistema può garantire il confronto
democratico, tralasciando del tutto i suoi potenziali usi e
abusi. Si veda Judith Miller e i falsi scoop
sull'Iraq.
Eh, Judith Miller... è il vecchio trucco
antisocialista di ricorrere ai genocidi del regime di Stalin
per dimostrare che nessun tipo di politica progressista
potrà mai essere buona. Proviamo invece a ribaltare le
cose. Judy Miller ha finito col rafforzare i media
tradizionali. Certo, parliamo di una giornalista indegna, che
ha non poche responsabilità per la guerra in Iraq. Ma
ha anche procurato uno shock positivo al New York Times,
spingendolo a ripensare i propri processi editoriali. E ora
la testata sta facendo un lavoro decisamente migliore sulla
guerra. Si legga John Burns, Dexter Filkins o Kirk Semple. Lo
stesso Thomas Friedman ultimamente sta diventando più
affidabile. La qualità, l'autorevolezza e la
credibilità di questi giornalisti non ha niente a che
vedere con la blogosfera. Non si diventa Burns o il grande
reporter dai paesi arabi Robert Fisk sedendosi di fronte a un
computer e pubblicando gratis il proprio lavoro.
E quindi dovremmo legittimare anche il ruolo
consensuale dei media mainstream in paesi come la Cina, dove
l'unica informazione credibile è quella
indipendente?
Su questo ha ragione. Sono completamente a favore
del web 2.0 in Cina e in altri stati non democratici. Il
problema del web 2.0 sono le sue conseguenze nei paesi
democratici. La sfida dei progressisti in Occidente non
è l'azzeramento, ma la ricostruzione
dell'autorità morale, politica e intellettuale.
Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale
per migliorare la società.
Altra obiezione: il problema non è tanto se le
nuove tecnologie siano morali o meno, ma come guidare questo
processo verso la qualità.
Spero che il web 2.0 possa prima o poi dar vita a
media di qualità. E' ridicolo, però, che
improvvisamente tutti si pongano la stessa domanda: con
centinaia di milioni di video, blog e siti a disposizione,
come dovremmo trovare le risorse di qualità? Il web
2.0 potrà funzionare solo reintroducendo elementi
dell'ecosistema tradizionale e quindi gli intermediari.
Bisognerà trovare un compromesso tra i media
mainstream e quelli partecipativi. Nell'ultimo capitolo
del libro indico alcune soluzioni possibili (Joost per i
video, Citizendium per le enciclopedie, ndr).
Ma la disintermediazione non è solo citizen
journalism e YouTube. E' anche collaborazione, economia
del dono. Al riguardo lei scrive: «In ogni professione,
quando non c'è un incentivo monetario o un premio,
il lavoro creativo è in stallo». Ma il movimento
open source sta dimostrando l'esatto contrario.
La collaborazione potrà funzionare per lo
sviluppo del software, ma non è un modello applicabile
a qualsiasi produzione creativa. Wikipedia è un buon
esempio del fallimento del modello collaborativo in termini
di produzione intellettuale: non c'è nessun
giudizio editoriale o una definizione delle priorità.
Così le voci sull'attrice soft-porn Pamela
Anderson o sul Ceo della Apple Steve Jobs sono più
approfondite di quelle su Hanna Arendt e Gramsci. E'
questo che vogliamo insegnare ai nostri figli, che la
pornografia o un produttore di computer sono più
importanti della filosofia politica?
Anche se distopica, è interessante la sua
analisi sui rischi per la privacy. Perché parla di
«democratizzazione dell'incubo
orwelliano»?
Orwell temeva uno stato che controlla le strutture
centrali dell'informazione. 1984 è il modello
stalinista. Il web 2.0 azzera questa distopia. Ora tutti noi
abbiamo videocamere e ci guardiamo a vicenda. La vera
distopia profetica del XX secolo è «La finestra
sul cortile» di Hitchcock. Se ogni telefonino ha una
videocamera integrata, chiunque può assumere
l'occhio investigativo di Jimmy Stewart e trasformarsi in
un detective amatoriale che spia gli altri e butta tutto su
Internet. Poi c'è Google, intenzionata a creare il
database definitivo che conosce tutto quanto c'è
da sapere su di noi. Google è il Grande Fratello del
ventunesimo secolo. È la versione 2.0 di 1984.
Nicola Bruno
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