Su gentile concessione di Visionpost.it
di Nicola Bruno
Se è vero che ogni grande movimento ha bisogno del suo bastian contrario, quello del web 2.0 è Andrew Keen, imprenditore della Silicon Valley e autore di un pamphlet polemico, «Cult of the Amateur», da ieri nelle librerie americane. Il libro vuole essere un grido d'allarme sui pericoli cui è esposto il sistema di competenze e professionalità dell'industria dei media tradizionali, sempre più assediati dalle «scimmie» (il riferimento è alla metafora delle «scimmie dattilografe») di Wikipedia, YouTube e MySpace. Attraverso un'analisi al tempo stesso corrosiva e bigotta, distopica e faziosa, Keen offre non pochi spunti di riflessione sulle conseguenze di una rivoluzione ormai irreversibile. Si può dissentire su gran parte delle sue affermazioni, ma su un punto l'autore ha ragione: Internet non è la soluzione miracolosa per i problemi della società e della politica; pone nuove sfide, e anche più complesse.
La tesi centrale di «Cult of the Amateur» è che la democratizzazione dei media sta minacciando la nostra cultura. E la colpa è tutta degli strumenti amatoriali del cosiddetto web 2.0. Non pensa che questo approccio sia troppo deterministico? La tecnologia non è mai solo abilitante, il suo sviluppo rispecchia anche bisogni sociali e personali.
Giusta obiezione. Il mio saggio vuole essere una critica a una cultura capitalista sempre più individualista, in cui l'estetica, la conoscenza e la verità si muovono al di là della comunità e verso l'Io. L'assenza di intermediari è il sogno dei libertari sia di sinistra (contro-culturalisti) sia di destra (utopisti del mercato libero) che respingono ogni forma di autorità: dello stato, del testo, dell'autore, dei media. La sola autorità ammessa è l'Io, a sua volta mandata in frantumi dalla cultura dell'anonimato online. In questo senso la mia analisi vuole essere un nuovo capitolo della polemica culturale portata avanti da teorici americani come Neil Postman, Daniel Bell, Alan Bloom e Cristopher Lasch.
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Perché un professionista è migliore di un produttore amatoriale?
Mi spiego con un esempio. Prendiamo i primi minuti del «Gattopardo»
di Visconti: siamo sopraffatti dalla sua eleganza, dal modo in cui la
telecamera ci riporta nel passato. Poi guardiamo qualche short movie su
YouTube, magari uno sulle bottiglie esplosive di Coca-Cola. O una donna col
cappello da baseball che guarda in camera e fa dei risolini stupidi. O uno
studente che scoreggia in faccia a qualcuno. O uno striptease volgare. O non
guardiamo proprio niente... Visconti era un artista professionista, sostenuto
dal complesso sistema economico dei media tradizionali. Quanto si trova su
Internet è invece solo non-sense autoreferenziale, quello che io chiamo
«narcisismo digitale».
Un altro motivo ricorrente del libro è l'elogio acritico (e, temo,
nostalgico) dei media tradizionali. In diversi passaggi afferma che solo
l'attuale sistema può garantire il confronto democratico, tralasciando del
tutto i suoi potenziali usi e abusi. Si veda Judith Miller e i falsi scoop
sull'Iraq.
Eh, Judith Miller... è il vecchio trucco antisocialista di ricorrere
ai genocidi del regime di Stalin per dimostrare che nessun tipo di politica
progressista potrà mai essere buona. Proviamo invece a ribaltare le cose. Judy
Miller ha finito col rafforzare i media tradizionali. Certo, parliamo di una
giornalista indegna, che ha non poche responsabilità per la guerra in Iraq. Ma
ha anche procurato uno shock positivo al New York Times, spingendolo a
ripensare i propri processi editoriali. E ora la testata sta facendo un lavoro
decisamente migliore sulla guerra. Si legga John Burns, Dexter Filkins o Kirk
Semple. Lo stesso Thomas Friedman ultimamente sta diventando più affidabile.
La qualità, l'autorevolezza e la credibilità di questi giornalisti non ha
niente a che vedere con la blogosfera. Non si diventa Burns o il grande
reporter dai paesi arabi Robert Fisk sedendosi di fronte a un computer e
pubblicando gratis il proprio lavoro.
E quindi dovremmo legittimare anche il ruolo consensuale dei media
mainstream in paesi come la Cina, dove l'unica informazione credibile è quella
indipendente?
Su questo ha ragione. Sono completamente a favore del web 2.0 in Cina
e in altri stati non democratici. Il problema del web 2.0 sono le sue
conseguenze nei paesi democratici. La sfida dei progressisti in Occidente non
è l'azzeramento, ma la ricostruzione dell'autorità morale, politica e
intellettuale. Altrimenti non avremo più alcun mezzo istituzionale per
migliorare la società.
Altra obiezione: il problema non è tanto se le nuove tecnologie
siano morali o meno, ma come guidare questo processo verso la qualità.
Spero che il web 2.0 possa prima o poi dar vita a media di qualità.
E' ridicolo, però, che improvvisamente tutti si pongano la stessa domanda: con
centinaia di milioni di video, blog e siti a disposizione, come dovremmo
trovare le risorse di qualità? Il web 2.0 potrà funzionare solo reintroducendo
elementi dell'ecosistema tradizionale e quindi gli intermediari. Bisognerà
trovare un compromesso tra i media mainstream e quelli partecipativi.
Nell'ultimo capitolo del libro indico alcune soluzioni possibili (Joost per i
video, Citizendium per le enciclopedie, ndr).
Ma la disintermediazione non è solo citizen journalism e YouTube.
E' anche collaborazione, economia del dono. Al riguardo lei scrive: «In ogni
professione, quando non c'è un incentivo monetario o un premio, il lavoro
creativo è in stallo». Ma il movimento open source sta dimostrando l'esatto
contrario.
La collaborazione potrà funzionare per lo sviluppo del software, ma
non è un modello applicabile a qualsiasi produzione creativa. Wikipedia è un
buon esempio del fallimento del modello collaborativo in termini di produzione
intellettuale: non c'è nessun giudizio editoriale o una definizione delle
priorità. Così le voci sull'attrice soft-porn Pamela Anderson o sul Ceo della
Apple Steve Jobs sono più approfondite di quelle su Hanna Arendt e Gramsci. E'
questo che vogliamo insegnare ai nostri figli, che la pornografia o un
produttore di computer sono più importanti della filosofia politica?
Anche se distopica, è interessante la sua analisi sui rischi per la
privacy. Perché parla di «democratizzazione dell'incubo orwelliano»?
Orwell temeva uno stato che controlla le strutture centrali
dell'informazione. 1984 è il modello stalinista. Il web 2.0 azzera questa
distopia. Ora tutti noi abbiamo videocamere e ci guardiamo a vicenda. La vera
distopia profetica del XX secolo è «La finestra sul cortile» di Hitchcock. Se
ogni telefonino ha una videocamera integrata, chiunque può assumere l'occhio
investigativo di Jimmy Stewart e trasformarsi in un detective amatoriale che
spia gli altri e butta tutto su Internet. Poi c'è Google, intenzionata a
creare il database definitivo che conosce tutto quanto c'è da sapere su di
noi. Google è il Grande Fratello del ventunesimo secolo. È la versione 2.0 di
1984.
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