Sicurezza: Gli hacker italiani contro Google attraverso il libro The dark side of Google (Parte I)

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E' finito ieri l'HackIt 06, l'incontro annuale tra gli hacker italiani che quest'anno si è svolto a Parma. E' stato un incontro tra persone che non possono essere racchiuse nello stretto termine hacker, ma meglio definibili come "esperti informatici" sia in termini tecnici che in termini di diritto sul web, materia ancora poco sentita e conosciuta in  Italia. E' stato sicuramente un incontro con connotati non solo tecnici, ma anche politici come hanno dichiarato gli organizzatori dell'evento, sin dall'inizio, sul sito dell'evento. Perché l'hacker, come ha sottolineato il manifesto del meeting, non si occupa solo d'informatica ma sta con entrambi i piedi ben piantati nella realtà:

" Il nostro essere 'hacker' si mostra nella quotidianità anche quando non usiamo i computer, si mostra quando ci battiamo per far cambiare le cose che non ci piacciono, come l'informazione falsa ed imposta, come l'utilizzo di tecnologie non accessibili e costose, come il dover recepire informazioni senza alcuna interattività e il dover subire da spettatori l 'introduzione di tecnologie repressive e censorie.
Tecnologia e politica, quindi, come binomio irrinunciabile che caratterizza quest'evento rispetto agli ormai tanti momenti d'incontro di smanettoni informatici nei quali la tecnica resta fine a se stessa. Tecnologia e politica saranno anche il filo conduttore dei dibattiti dell'Hackmeeting 2006."

Si è parlato di fonti energetiche pulite, di server autogestiti, di privacy e diritti digitali, di software libero, di censura, di problemi legati al lavoro in campo informatico. Una parte consistente dei dibattiti è stato dedicata allo studio e alla riflessione sugli intrecci tra tecnologia e vita sociale: si è cercato di capire come gli strumenti tecnici vengono usati per controllare e reprimere, quali sono le possibili forme di protesta a quest'uso e quali le forme di appoggio a utilizzi socialmente positivi.

E di tutti questi argomenti discussi si può trovare ampia documentazione sul sito che man mano verrà aggiornata:  http://www.hackmeeting.org/

Tra i tanti incontri avvenuti all' HackIt 06 quello che ha fatto più discutere (o che almeno ha fatto più notizia sui mass-media) è stata la presentazione in anteprima del libro (edito da Feltrinelli) che uscirà a fine anno nelle librerie dal titolo " The dark side of Google " ovvero il lato oscuro di Google. Il libro è stato scritto a più mani dalla community Ippolita.net ed è il frutto di una ricerca approfondita e disincantata dove gli stessi hacker nelle 150 pagine si dicono ingannati dal modello di Google, dal primo logo creato dai giovani fondatori Larry Page, e Sergey Brin con Gimp, famoso programma opensource, e non con il "commerciale" Photoshop. C'è anche un capitolo dedicato dal titolo "Sedurre gli hackers: autonomia, soldi facili, strumenti gratuiti" dove si afferma come gli hacker, gli esperti della rete, hanno contribuito alla scalata al successo di Google facendosi sedurre da falsi miti e promesse.

La denuncia che parte dall'hackmeeting italiano parte dalla storia del motore, delle decisioni strategiche e di business dei suoi fondatori e manager fino ad arrivare alla critica della tecnologia e della programmazione su cui si fonde affermando che solo il 20-30% delle pagine web è indicizzata e considerata da Google. Non solo: i risultati che appaiono nelle prima pagine non sono i migliori possibili e spesso non sono adeguati alle ricerche che vengono fatte, ma, secondo gli autori del libro, la gente si accontenta, si adegua a Google stesso ritenendo, grazie al mito che vi aleggia intorno, che google sia il miglior modo per ricercare online. In qualche modo, si vuol affermare che Google, nella visione dell'utente medio, è internet stesso: quello che fa vedere Google, quei siti che indicizza Google sono internet. Il resto ( di internet ) non esiste.

Nella presentazione del libro si dice:

" Google si è affermato negli ultimi anni come uno dei principali punti di accesso alla rete di internet, ci siamo adattati  progressivamente alla sua interfaccia sobria e rassicurante, alle inserzioni pubblicitarie defilate e onnipresenti; abbiamo  adottato i suoi servizi e l'abitudine al suo utilizzo si è trasformata oramai in comportamento: "Se non lo sai, chiedilo a Google".

Google ha saputo sfruttare magistralmente il nostro bisogno di semplicità. Eppure ci troviamo di fronte a un colosso, un sistema incredibilmente pervasivo di gestione delle conoscenze composto da strategie di marketing aggressivo e oculata gestione della propria immagine, propagazione di interfacce altamente configurabili e tuttavia implacabilmente riconoscibili, cooptazione di metodologie di sviluppo del Free Software, utilizzo di futuribili sistemi di raccolta e stoccaggio dati.

Il campo bianco di Google in cui inseriamo le parole chiave per le nostre ricerche è una porta stretta, un filtro niente affatto trasparente che controlla e indirizza l'accesso alle informazioni. In quanto mediatore informazionale si fa strumento di gestione del sapere e si trova quindi in grado di esercitare un potere enorme, diventando espressione diretta della tecnocrazia".

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Francesco
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