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E così, mio malgrado, mi ritrovo ancora una volta a parlare di libertà della Rete in Italia, di politici che non conoscono il web e vogliono imporre leggi e divieti come se la Grande Rete fosse equiparabile ad una televisione o ad una radio. Stavolta, però, rispetto agli ultimi articoli scritti riguardanti Internet e Politica (l'ultimo in ordine cronologico: Tassare i contenuti multimediali su Internet e cellulari. Una incredibile proposta di legge tutta italiana), è ancora più difficile ragionare sull'argomento vista la delicatezza dell'accaduto, ovvero i video di atti di bullismo e non solo pubblicati online da giovani studenti.
Partiamo dalla pura e semplice cronaca. Il recente scandalo dei video trovati su Internet di atti di bullismo scolastici e di folli corse in moto a 250 Km/h (Video: a 250 Km in moto su Google Video. Un italiano fa il giro del mondo. E la polizia lo individua) ha registrato ieri un ennesimo atto: la Procura di Milano che indaga sul primo video che ha scatenato l'indignazione di tutta Italia, ovvero il filmato registrato all'istituto tecnico «Albe Steiner» di Torino in cui è ripreso un ragazzo disabile vittima di botte e offese arrecategli dai compagni di classe, ha deciso di iscrivere nel registro degli indagati anche Google Italia Srl, la sede milanese del motore di ricerca più importante al mondo. E questo perchè il video del pestaggio di Torino è stato pubblicato per la prima volta all'interno del servizio video di Google che, come molti di voi sapranno, si chiama "Google Video".
Il video era stato rimosso in poche ore da Google stesso, ma Google stesso o meglio i suoi due legali rappresentanti di Google Italia Srl (cittadini statunitensi che si sono alternati nella carica, a cavallo del periodo interessato dall'inchiesta) sono da ieri indagati dal pubblico ministero Francesco Cajani con l'accusa di "concorso omissivo nel reato di diffamazione aggravata a mezzo Internet".
Corsi online di WebMasterPoint.org:
Sempre nel corso dell'indagine aperta nei confronti di Google Italia, ieri stesso, è stata perquisita la a sede a Milano della società da parte della Guardia di Finanza per accertare da quali server sia stato trasmesso il video. Ovviamente Google, attraverso il suo portavoce italiano Stefano Hesse, ha spiegato che i server di Google, compresi quelli di Google Video, risiedono nella sede centrale a Mountain View in Usa. Non solo: sempre Stefano Hesse ha affermato che "In ogni caso noi siamo disponibili a collaborare con gli inquirenti, così come lo siamo stati nel rimuovere immediatamente il video di Torino e nell'inchiesta per individuare chi lo aveva messo in Rete ".
Sul blog ufficiale di Google Italia, lo stesso Stefano Hesse ha precisato ulteriormente alcune frasi rilasciate da diversi organi di informazione: "In relazione alle recenti dichiarazioni a me attribuite dalla stampa, relativamente alle indagini effettuate sul video della scuola torinese, mi preme evidenziare l'incompletezza di tale frase ("Google Italia non provvede a controllare nulla poichè i dati si trovano su server esteri"), che attribuisce al sottoscritto e a Google Italia una posizione di distacco e direi quasi menefreghismo che ovviamente non rispecchia in alcun modo il nostro operato.
Oltre a evidenziare la completa solidarietà, mia personale e di tutta Google, al ragazzo oggetto del video e alla sua famiglia, ribadisco innanzitutto la nostra totale disponibilità e cooperazione con le Autorità e correggo l'errata frase a me attribuita: le attività relative a Google Video vengono effettuate da personale che non risiede in Italia, quindi noi localmente non abbiamo accesso diretto al contenuto, motivo per il quale abbiamo immediatamente contattato il team che si occupa di questo prodotto, lavorando a stretto contatto con chi si occupa delle indagini. L'estrapolazione di quelle poche parole ha evidentemente generato un equivoco che lede in maniera ingiusta l'immagine di Google Italia."
Abbandoniamo la "cronaca" che ha fatto parlare di Google e di Internet sui telegiornali italiani come mai era accaduto (!) e inizio a fare qualche riflessione sull'accaduto e sulle possibili conseguenze. Alla base della denuncia e delle indagini della procura di Milano vi è la tesi che Google viene equiparato ad una testata giornalistica che deve, per legge, controllare i propri contenuti prima di pubblicarli come è tenuto a fare un direttore di un qualsiasi giornale cartaceo. Ovviamente questo apre nuovi scenari ( abbastanza inquietanti e inverosimili ) per l'Internet italiana all'interno della quale i motori di ricerca sarebbero, stando alle tesi di base adottate per questo caso, dei produttori di contenuti e non dei raccoglitori come, invece, lo sono veramente.
Non si può, come taluni fanno, collegare quanto sta accadendo per il video di Google ad una altra sentenza che, purtroppo, ha fatto, nel suo piccolo, "storia, ovvero quella di un tribunale di Aosta che ha condannato un gestore di blog per non aver eliminato alcuni commenti diffamatori, equiparando di fatto un qualunque gstore di sito web ad una testata giornalistica. Da sottolineare che negli Stati Uniti, anche in recenti processi civili, nessun tribunale ha mai condannato un gestore di un sito web per commenti pubblicati da altri utenti sul suo sito web.
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