Licenziato per Facebook: la prima volta in Italia
Licenziato per Facebook o meglio anche per un uso scorretto del social network. Una vicenda non chiara che colpisce il 32enne Francesco. La storia.
Per la prima volta in Italia, un dipendente è stato licenziato a causa di Facebook, proprio pochi giorni dopo che un episodio simile è stato condannato da un tribunale USA e il lavoratore mandato a casa è stato reintegrato con la motivazione che il diritto alla libera espressione e alle proprie opinioni è inviolabile.
Tornando a quanto accaduto in Italia, la storia che vi stiamo per raccontare non è affatto semplice e leggendo le lettere di richiamo ricevute dal dipendente si capisce chiaramente come da un lato non sia stato solo Facebook a portare al licenziamento, ma come dall’altro lato il social network abbia avuto un ruolo importante. Ai giudici del lavoro decidere se i messaggi su Facebook o l’uso di esso durante il lavoro possono portare al licenziamento. Noi stiamo ai fatti riportati, che non sono affatto di semplice lettura, come alcuni giornali con i soliti titoloni vogliono far sembrare o come noi stessi abbiamo sintetizzato nella prima frase di questo articolo.
Tutto avviene alla Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti nei cui uffici, dopo il cambio di dirigenza, si vive in un’atmosfera pesante, fatta di litigi, ripicche e contestazioni tra singoli colleghi e nei confronti dei capi ufficio e responsabili diretti e indiretti. Proprio a causa di alcuni commenti scritti sulla propria bacheca di Facebook, due giovani impiegati, Francesco e Fabiola, vengono colpiti da lettere ufficiali di richiamo, finché alla quarta scatta il licenziamento per il ragazzo che da sette anni lavora presso l’ente.
Gli vengono contestati commenti critici e maleducati nei confronti di capi, dirigenti e colleghi e frasi contro la "tranquilla armonia lavorativa" se non addirittura foto scherzose scattate nel proprio ufficio e messe online su Facebook. Senza tralasciare anche un articolo che lui stesso avrebbe scritto in cui sono esposte delle critiche ragionate sulla situazione della Cassa Nazionale di Previdenza dei Commercialisti.
Sarebbe semplice e popolare scrivere che Francesco deve essere reintregrato senza "né se e né ma" e che i suoi commenti fanno parte della libertà d’espressione. In realtà, la situazione deve essere considerata tenendo conto di una molteplicità di aspetti: numerosi messaggi e una foto sembrano essere quasi sicuramente pubblicati durante le ore lavorative, seppure con un cellulare (sembra iPhone) e non quindi (almeno pare) con il PC dell’ufficio. Può un dipendente usare Facebook durante l’orario di lavoro? E per quei messaggi maleducati e offensivi ai dirigenti o che potevano incitare alla contestazione, benché scritti dal computer di casa o fuori orario di lavoro, vi può essere una giustificazione? Certo, la libertà di espressione e di critica, ma fino a dove può arrivare quest’ultima senza rovinare l’ambiente lavorativo?
Sembra chiaro che Francesco sia stato licenziato per i suoi atteggiamenti e gli scontri avuti con i propri responsabili, che in qualche modo gli hanno voluto fare pagare anche i messaggi online, ma certo tutta questa vicenda pone degli ulteriori interrogativi sull’uso di Internet sul posto di lavoro e sull’utilizzo di Facebook nella propria vita quotidiana.
Interrogativi che si fanno ancora più forti, se si pensa a quanto accaduto alla collega di Francesco, Fabiola, che per un messaggio su Facebook offensivo contenente la parola "stronz..." viene richiamata ufficialmente e sospesa per 15 giorni dal lavoro e dal relativo stipendio.
E non deve stupire il suo essere incredula, quando spiega che neppure si ricordava che avesse scritto questo messaggino su Facebook.
Troppe volte - e non ci stancheremo mai di ripeterlo - l’uso di Facebook in italia è troppo semplicistico, leggero e senza quegli accorgimenti necessari per salvaguardare la propria privacy. C’è poi un altro concetto estremamente importante che ripeteremo allo sfinimento: l’assenza di leggi e regolamenti relativi a Internet nel lavoro come in qualsiasi altro ambito (basti pensare al P2P o al diritto d’autore) sono una grave mancanza non solo in Italia, ma anche a livello europeo e mondiale. Un "buco" che può essere sfruttato in mille modi e come quasi sempre accade dai più forti contro i più deboli.
Autore: Marcello Tansini
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http://download.repubblica.it/pdf/2011/cassa-previdenza.pdf
Francamente la posizione del dipendente mi sembra difficilmente difendibile...
La diffamazione è la diffamazione, anche se avviene per mezzo di internet, per quale motivo ci vorrebbe una nuova norma? P2P e diritto d'autore sono regolamentati dalla legge sul diritto d'autore, o no? In ambito lavorativo l'uso dei sistemi aziendali è regolamentato sotto più punti di vista, a partire dallo statuto dei lavoratori fino al codice della tutela dei dati personali, passando per parecchie norme dei codici sia civile che penale.
1) E questi dirigenti, hanno come mansione quella di controllare cosa scrivono i loro dipendenti su Facebook? E durante quale orario avrebbero fatto questi controlli?
2) Questi 2 svegli dipendenti, non possono impostare un livello differente di privacy sul loro profilo Facebbok per poter scrivere quello che vogliono sui loro superiori? Ed eventualmente evitare di averli tra gli amici??
Saluti.