Guerra in Libia e rivolte in Nord Africa con l'Arabish l'alfabeto virtuale contro censura

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L’Arabish è una sorta di alfabeto composto di numeri e lettere nato per necessità. Oggi è usato soprattutto per aggirare la censura sul web. Ma non solo.

Arabish
 

In Arabish, “na3am” sta per “sì”, “la” significa “no”, “Mar7aban” sta per “ciao”, “borto8ali” significa “arancione”. È un linguaggio nato sul web, l’Arabish. E su Wikipedia c’è una voce che ne spiega il significato, le origini, l’utilizzo.

A partire dal 1990, le tecnologie occidentali per le comunicazioni testuali hanno iniziato a diffondersi nel mondo arabo: il World Wide Web, le email, i bullettin board system, IRC (Internet Relay Chat), gli SMS. Tecnologie che poggiavano esclusivamente su tastiere e sistemi di immissione di testo basati sull’alfabeto latino (ASCII). L’Arabish è nato, dunque, per necessità, per supplire alla mancanza di tastiere arabe. E le prime espressioni di questa sorta di alfabeto virtuale sono rintracciabili su EFnet, il primo network IRC.

Oggi non mancano tastiere arabe, ma l’Arabish è ancora ampiamente impiegato nei paesi del Nord Africa. Si tratta di un linguaggio informale e spontaneo, spiega Giulia Cerino su Repubblica, «un vero e proprio “codice segreto”, impossibile da interpretare per tutti coloro che non siano né arabi né giovani internettiani».

Ed ecco, dunque, che l’Arabish è diventato anche uno strumento di comunicazione in grado di aggirare la censura operata sul web e in Rete dai regimi. È stato ed è così in Egitto, in Siria e in Tunisia, ed è così anche in Libia e in altre aree del Nord Africa e del Medio Oriente. Purtroppo – ricorda Cerino – l’Arabish viene impiegato anche dalle organizzazioni fondamentaliste e dagli estremisti islamici.

Autore: Andrea Galassi

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