Gmail, privacy e condizioni di uso: di chi sono le email? Non è solo Facebook a far discutere.
Le licenze d'uso dei portali e dei servizi on line spesso violano la privacy. I casi Facebook e Gmail.
Siamo sinceri. Alzi la mano chi, fra di noi, è solito leggere i termini di servizi dei siti Internet e dei servizi on line ai quali si iscrive. Quanti di noi, nel registrarsi su Facebook, MySpace, Gmail e via dicendo, hanno letto le condizioni di utilizzo dei servizi e la policy aziendale rivolta agli utenti? Pochi, crediamo.
Quando, però, qualcuno si è preso la briga e il tempo di leggere con attenzione le pagine dedicate ai termini di servizio di alcuni siti Internet e ha trovato espressioni e parole che potevano ledere in qualche modo la privacy degli utenti e, successivamente, ha reso noto ai netizen i rischi che avrebbero potuto correre, si è generato un tam-tam mediatico, che dalla Rete si è anche riversato sui media tradizionali.
È accaduto con Facebook, poco tempo fa. Il social network più popolare del momento ha cambiato, senza avvertire gli utenti, i termini di servizi, i «Terms of Service». Qualcuno si è accorto che Facebook si riservava un diritto inalienabile sui contenuti inseriti dagli utenti. E si è sollevata una polemica, che ha evidenziato come, in realtà, se ci si informa in maniera attenta e completa, gli utenti dimostrano una forte sensibilità sulle questioni che riguardano i propri dati personali.
Mark Zuckerberg, CEO di Facebook, dopo aver rassicurato gli utenti, ha deciso di fare marcia indietro e di ripristinare le precedenti condizioni di utilizzo. In seguito, pochi giorni fa, ha avviato una consultazione democratica, invitando gli utenti a esprimersi su quella che è stata ribattezzata «Dichiarazione di Diritti e Responsabilità». Decidiamo insieme, ha scritto Zuckerberg. Gli utenti hanno tempo fino al 29 marzo per inviare le proprie proposte.
Il punto della questione, però, non è Facebook. Non è solo il popolare social network a presentare termini di servizio che possono compromettere la privacy degli utenti. Prendiamo Gmail, il servizio di posta elettronica di Google. Anche in questo caso, l’utente concede a Google una licenza eterna, irrevocabile, mondiale, priva di royalty e non esclusiva, a riprodurre, adattare, modificare, pubblicare, eseguire pubblicamente, visualizzare pubblicamente e distribuire qualsiasi contenuto trasmesso, inviato o visualizzato su Gmail. Il punto, dunque, è un altro: sono gli utenti, siamo noi, a dover essere consapevoli di quanto stiamo facendo. Non vogliamo leggere le condizioni d’uso e i termini di servizi? Bene, ma non lamentiamoci dopo se abbiamo dato il nostro consenso a qualcosa che non condividiamo. Piuttosto facciamo sentire la nostra voce prima e cerchiamo di spingere i fornitori di servizi a prestare maggiore attenzione alla nostra privacy.
Autore: Andrea Galassi
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