Aprire imprese tecnologiche e innovative: i giovani italiani sognano posto fisso in grandi aziende
Presentato il secondo rapporto di Enter Bocconi, il centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori dell'Università Bocconi di Milano: poca propensione alla creazione di imprese da parte dei giovani.
Presentato il secondo rapporto di Enter Bocconi, il centro di ricerca imprenditorialità e imprenditori dell’Università Bocconi di Milano. Questa la fotografia scattata dall’istituto: il 5 per cento di italiani adulti ha avviato nel 2007 un’attività imprenditoriale, nel 2006 il dato era fermo al 3,5 per cento.
La nuova imprenditorialità è concentrata per due terzi nel settore dei servizi a basso contenuto tecnologico ed è penalizzata dall’accesso a risorse finanziarie, oltre che da tasse e burocrazia.
In Italia, dunque, sembra ci sia poca propensione alla creazione di imprese che abbia un elevato profilo tecnologico. Luca Tremolada, su Il Sole 24 Ore, si pone una domanda essenziale per capire un Paese: come si misura l’innovazione?
«Il numero di brevetti, gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo, le tasse universitarie, il numero di laureati, la vocazione tecnologica delle industrie e delle imprese nazionali possono essere sintetizzati in coefficienti. Al dato statistico però spesso ne va aggiunto uno più qualitativo che descrive, per esempio, i vincoli della burocrazia per aprire una impresa, l'atteggiamento dello Stato verso chi fa impresa, l'attenzione del pubblico verso i nuovi prodotti. Dall'incrocio di queste informazioni, si può arrivare solo a intuire perché un Paese innovi meno di altri».
E perché negli Stati Uniti molti studenti sognano e progettano di diventare imprenditori, mentre in Italia si pensa soprattutto a trovare un posto in una qualche azienda, senza rischiare troppo?
«In Italia» spiega Alexandra Dawson del Research Associate di Enter «diventare imprenditore è considerato una buona scelta di carriera, rispetto agli altri Paesi. Però la paura del fallimento è particolarmente elevata e vi è poco ottimismo rispetto alle aspettative di buona opportunità nei prossimi sei mesi».
Negli Stati Uniti, invece, un fallimento, scrive Tremolada, è un indicatore positivo perché mostra la propensione a credere nelle proprie capacità e a rischiare.
Autore: Pierluigi Emmulo
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