Marcello Tansini
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Che palle questa 'flessibilità' e questi contratti COCO!!

Ma che palle questa flessibilità!! Chi è stufo dei contratti COCO alzi la mano!

Il termine flessibilità, fino a pochi anni fa, indicava un nuovo modo di affrontare il mondo del lavoro che avrebbe dovuto garantire maggiori possibilità di occupazione per tutti.

Le aziende, secondo quanto prevedevano gli esperti di diritto al lavoro che hanno introdotto la flessibilità in Italia, avrebbero utilizzato i contratti di collaborazione coordinata e continuativa o di collaborazione saltuaria (per citare i due più famosi) solo per i primi mesi e solo per un numero limitato e determinato di dipendenti.

La "teoria" di questi esperti continuava dicendo che un lavoratore dopo pochi mesi di COCO (contratto di collaborazione coordinata e continutativa), se avesse dimostrato le sue qualità professionali, sarebbe stato assunto.

E invece?

Tutto questi buoni propositi sono rimasti un sogno, un bel sogno.

Perchè, se è vero che i contratti di collaborazione hanno permesso maggiori possibilità occupazionali, hanno anche fatto crescere in misura esasperata l'incertezza e una sorta di precarietà, in particolare tra i giovani e soprattutto tra chi lavora nelle aziende della net-economy.

All'inizio, durante i primi mesi, uno non ci pensa, soprattutto se ha una età inferiore ai 25 anni e non ha ancora progetti di vita personale.

Ma poi?

Poi ci si accorge che secondo tali contratti, puoi essere licenziato quasi da un giorno all'altro, non hai diritto alle ferie, alla malattia, alla liquidazione, e hai solo contributi minimi a livello di pensione.

E così chi pensa più ad andare a vivere fuori casa o a mettere su famiglia, quando ci si può trovare senza lavoro da un giorno all'altro?

Inoltre molte banche vogliono garanzie supplementari per il rilascio di un mutuo o di un prestito quando ci si trova con contratti di collaborazione.

E vero che ci sono dei diritti da parte di chi ha un contratto simile, come quello di non avere obblighi di presenza sul posto di lavoro o di orari, ma alla fine tutti (o quasi tutti) lavorano come dipendenti, con orari fissi per tutta la settimana.

Basti pensare a cosa succede nei call-center, dove la maggior parte è assunta con contratti di COCO, ma è assolutamente obbligata a rispettare rigidi turni in qualsiasi ora della giornata.

E in Italia non si fa niente per tutto questo, esaltando la flessibilità e chiudendo entrambi gli occhi sui problemi che sta creando.

E così ci si trova con aziende senza dipendenti sulla carta, ma con 5-10 collaboratori in CoCo, che in realtà lavorano come dipendenti, ma senza i diritti dei dipendenti.

Sottolineo ancora una volta che non sono ne di sinistra ne di destra, ma cerco di analizzare le cose che mi stanno attorno con la mia testa.

Qualcuno mi dirà: ma allora tu vuoi il posto fisso, come quelli del Comune o delle Poste? E lo dirà con un moto di sdegno!!

Assolutamente no! Anzi, io sono un giovane imprenditore per scelta.

Attenzione: lo sono per scelta, perchè me la sento di "rischiare" e di lavorare in questo modo.

Ma tanti altri non hanno questa indole, e devono essere rispettati da tutti noi lo stesso.

Chi vuole essere un libero professionista, può iniziare con la ritenuta di acconto per poi passare, quando le cose iniziano ad andare bene, alla apertura della p.iva

E gli altri?

Per gli altri il COCO può essere un giusto contratto per i primi 6 mesi, per far valere le proprie qualità professionali, ma poi basta.

Perchè devono condividere il rischio di una azienda (potendo essere messi alla porta quando si vuole se l'azienda va male) senza avere i benefici di tale condivisione, come la divisione sugli utili aziendali?

Cosa occorre fare, dunque? Eliminare la flessibilità?

Ancora una volta la risposta è assolutamente NO
Ma sicuramente occorre regolarla meglio, facendo rispettare le leggi che già ci sono e introducendone altre.

Ne va, e lo dico senza retorica, del futuro di molti di noi "giovani".

 

 



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Sara
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