Marcello Tansini
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Chi naviga in ufficio non può essere licenziato, ma il computer può essere controllato

Chi naviga in ufficio non può essere licenziato, sia in Italia che negli Stati Uniti. Per quanto riguarda gli Stati Uniti lo afferma una recente sentenza di un giudice amministrativo chiamato a risolvere la vicenda di un impiegato del Dipartimento per l'educazione di New York, accusato dai suoi superiori di passare troppe ore a navigare sul web in siti di informazione, viaggi, ecc.

Il giudice, nell'assolvere l'impiegato, ha spiegato che Internet deve essere considerato come il telefono o il giornale, non minaccia l'efficienza sul posto di lavoro: "Toquir Chouri non può essere licenziato perché non ha commesso alcuna violazione. Ormai Internet è diventato l'equivalente del giornale o del telefono, una combinazione tra comunicazione e informazione che è entrata a far parte della vita di tutti i giorni. Al massimo, nei confronti dell'impiegato è ammesso un rimprovero".

E' la prima volta che Internet viene paragonato alla stregua di un qualsiasi strumento di lavoro come il telefono e quindi la sentenza negli Stati Uniti ha suscitato un certo scalpore, soprattutto perchè costituirà un precedente giuridico importante per altri casi simili. Internet è dunque come fare una telefonata ed è impensabile che durante la giornata un qualsiasi lavoratore non possa prendersi un attimo di pausa per fare una telefonata o, appunto, navigare su un sito internet che gli interessa.

Il licenziamento può avvenire soltanto se il dipendente naviga in maniera costante e sistematica su Internet non assolvendo i suoi compiti durante l'orario di lavoro. Sia negli Usa che in Italia vige un antichissimo principio di diritto romano secondo il quale il lavoratore deve usare la "diligenza del buon padre di famiglia" , applicandosi alle sue mansioni con la stessa attenzione, costanza e impegno che avrebbe un buon padre di famiglia.

E in Italia? Negli ultimi anni ci sono state diverse sentenze, alcune a favore del dipendente, altre a sfavore. Tutto si basava sulla discrezionalità del giudice.

Il Corriere della Sera ha, dunque, chiesto il parere sul fatto che sia lecito navigare su Internet in ufficio negli orari di lavoro al Prof. Pietro Ichino, docente di Diritto del Lavoro presso l'Università degli studi di Milano che ha spiegato:
"Una breve pausa, anche nel pieno dell'orario di lavoro, è sempre tollerata. La questione è sempre quella della misura: tanto più le pause di questo genere sono lunghe o frequenti, tanto più ci si avvicina al limite della scorrettezza e dell'inadempimento contrattuale. Dove si collochi questo limite, dipende dalla maggiore o minore severità del giudice. Alcune aziende sono molto tolleranti, altre sono molto rigide: l'importante è che la politica interna sull'utilizzo del Web sia molto chiara ai dipendenti".

Le norme di riferimento si trovano nel codice civile, negli articoli 2104 e 2105. "Dall'interpretazione combinata di entrambi gli articoli si può concludere che chi lavora lo fa nell'interesse dell'impresa e che dunque il suo personale interesse è sempre subordinato a quello del datore - spiega Emilio Tosi, docente di Diritto privato dell'informatica all'Università Bicocca di Milano - Accedere a Internet di per sé non può essere motivo di licenziamento, ammesso che non si commettano reati penali, consultando siti pedopornografici o partecipando attivamente a truffe telematiche".

 



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